martedì, luglio 31, 2007

LIVE REPORT : MARKY RAMONE + QUEERS - Piacenza (27/7/2007)


SETTIMANA SCORSA MARKY RAMONE ERA LIVE A PIACENZA, IL NOSTRO AMICO LINO ERA PRESENTE E CI RACCONTA COME E' ANDATA...

Neanche a farlo apposta, subito dopo la recensione di “Rocket to Russia” dei Ramones, la punk band più famosa della storia (o meglio ciò che ne rimane) è sbarcata in Italia con il suo world tour 2007. Tra le date previste anche Piacenza venerdì 27 luglio, dove, complici la vicinanza e, soprattutto, la presenza come band di supporto dei mitici Queers è stata indispensabile una gita fuori porta dalle parti del Po.

Il concerto, gratuito ed in una location veramente bella, all’aperto in riva al fiume, aveva appunto come headliner Marky Ramone, storico batterista dei Ramones, che si è cimentato in puro stile cover band con la rivisitazione di tutto il meglio del repertorio degli anni d’oro. Il ragazzo, 51 anni suonati ed un passato tutto sex, drug & rock’n roll, anziché riciclarsi come spesso succede alle vecchie glorie come cantante, ha preso posto sul suo seggiolino e picchiato duro alla batteria, di tutto il resto si sono occupati egregiamente Joe Queer (alla chitarra), Ben Vermin (al basso) e un giovane cantante che non conosco ma che se l’è cavata più che bene.

Da ricordare assolutamente anche la performance dei Queers, che hanno preceduto Marky Ramone con una mezz’ora di sano punk rock, con una scaletta ormai collaudata negli anni, ma sempre bella da sentire e carica di energia.
Tanti i presenti (quasi mille), tanta la birra e soprattutto tante le zanzare. Una citazione particolare, al di là di molte facce già viste in altre occasioni simili, va al gruppo degli amici brianzoli che nonostante gli anni, i figli ed i chili di troppo (vero Patata?) continuano a cantare e pogare come dei sedicenni.
Forse è proprio vero che il punk is not dead…

LINO

giovedì, luglio 26, 2007

STILL LIFE FESTIVAL

Domani sera allo SGA di Arese, va in scena un festival HARDCORE di grande spessore. La Still Life Records, nota casa discografica HC, organizza un summit con tutte le sue band di spicco, capitanate dai romani TO KILL.
Il locale aprirà alle 17, l'inizio dei concerti è previsto intorno alle 19...
Prezzo d'ingresso 8 €.

mercoledì, luglio 25, 2007

DISCHI CHE HANNO FATTO LA STORIA


1977: l'esplosione del movimento "punk" a Londra e l'uscita sul mercato di alcuni dischi storici della prima "new wave" lo rendono un anno di confine, un anno in cui il rock intraprende un nuovo ed irreversibile corso. I quattro newyorkesi che si facevano chiamare "Ramones" rientrano a pieno titolo tra i maggiori protagonisti di questo periodo di gran fermento: esorditi allo storico CBGB's già nel 1974, Joey Ramone e compagni avevano, due anni dopo, con l'uscita di "Ramones", dato un salutare scossone alla scena musicale del tempo, dimostrando di aver fin troppo chiare quali fossero le nuove prospettive da far assumere al rock degli anni a venire.

Dopo un buon secondo album di transizione, "Rocket to Russia" rappresentava l'assestamento e il magistrale consolidamento del loro peculiare sound: ciò che nell'album d'esordio poteva ancora sembrare quasi una burla, o una sorta di bizzarro esperimento, adesso, nell'anno "ufficiale" di nascita del movimento "punk", era invece diventato a tutti gli effetti il verbo riconosciuto di un'autentica rivoluzione musicale, ormai matura in tutta la sua irriverente “immaturità”.

"Rocket to Russia", completando una sorta di trilogia, può esser considerato l'album più "punk" dei Ramones. E' anche quello che, ovviamente insieme a "Ramones", ha influenzato stilisticamente una generazione intera di chitarristi, bassisti e frontmen. E' quello che non può mancare in nessuna discografia punk/new wave che si rispetti. A questo punto, si rende però necessaria anche qualche considerazione preliminare per contestualizzare meglio un disco storico come "Rocket to Russia" e, con esso, il ruolo stesso svolto dai Ramones in quel periodo così come già a partire dai tre anni precedenti.

Pur essendo i Ramones a buon diritto associati alla generazione “punk”, d’altro canto, i quattro andrebbero considerati come un fenomeno non del tutto coincidente con quel movimento ma, piuttosto, come un fenomeno parallelo e, per molti versi, anche a sé stante: in primo luogo, per il semplice motivo che i Ramones non soltanto cominciarono ad esibirsi ben tre anni prima dell’affermazione del “punk”, ma anche che, a differenza della quasi totalità dei gruppi del ’77, continuarono una lunga carriera anche dopo l’esaurimento di quello stesso movimento, e lo fecero senza nemmeno modificare troppo la propria fortunata ricetta iniziale. In secondo luogo, i quattro newyorkesi affondavano parte delle proprie radici anche in momenti musicali e in tematiche che il punk trascurò, quando non vi si oppose decisamente: le love-songs per esempio, comprese quelle canzoni strappalacrime adolescenziali che conquistavano i teens americani tra la fine degli anni '50 e i primi '60. Ascrivere i Ramones al “punk” in modo acritico e scontato o, peggio, considerarli soltanto alla stregua di "precursori" di esso, finisce non soltanto per limitarne l'importanza storica, ma sopratutto per penalizzarli musicalmente, facendo apparire come mancanti rispetto al "punk maturo" (quello cioè di Sex Pistols, Clash, Damned, etc) quelli che in realtà sono piuttosto alcuni aspetti peculiari e distintivi della formazione rispetto ad esso. Asserita l'indipendenza dei Ramones dal punk, non bisogna però, dall'altro lato, sottovalutare invece la forte dipendenza e il grande debito contratto dal punk-rock nei confronti dei Ramones: senza questi ultimi, infatti, esso - e ciò con profonde conseguenze per il rock tutto - di sicuro non sarebbe stato come quello che conosciamo. Non avrebbe assunto il suo aspetto più scanzonato e beffardo; non avrebbe aspirato ad un sound davvero rivoluzionario, ma sarebbe rimasto legato soltanto alle sonorità loser e "decadenti" di gruppi come New York Dolls (quest’ultima fu una formazione pur necessaria, ma non certo sufficiente, alla nascita del "punk" vero e proprio).

Rivendicare, come si è appena fatto, la peculiarità e l'autonomia dell'approccio musicale dei Ramones, è un modo per attribuire il giusto peso ad una formazione che ha avuto, innanzitutto, il grande merito di aver riportato in vita, alla metà degli anni '70, l'energia originaria e dirompente del rock'n'roll: non in qualità di revival del passato, bensì in una forma dalla portata talmente innovativa da rendere i quattro paragonabili a dei novelli Chuck Berry dell'era punk. La "Maybellene" degli anni '70 si chiama "Sheena Is a Punk Rocker": un brano energico, divertente, frizzante, funambolico, e che davvero elegge i Ramones quali più genuini rock&rollers di quegli anni. "Sheena" resta il brano più meritatamente celebre di "Rocket To Russia" ed è anche uno dei più rappresentativi e acclamati dell'intera lunga carriera della formazione.

Ma nel disco non mancano certo altrettanto ottime tracce: a cominciare dalla potente opening-track , la trascinante e demenziale "Cretin Hop", e la seguente "Rockaway Beach", forte anche di chiare ascendenze di matrice surf-rock: sin da subito, qui infatti si respira quell’atmosfera di svago estivo e spensieratezza che, in qualche modo, tutti abbiamo ben vivida nella fantasia: girls, surf, fun, California sun. Sarebbe tuttavia sbagliato leggere brani del genere, ricorrenti in varie forme nel repertorio della band, in modo eccessivamente “immediato”: come erano riusciti magistralmente i Beach Boys, i Ramones si dimostrano in grado di dar vita ad un immaginario giovanile il cui artificio sfugge proprio perché costruito in modo tanto semplice quanto efficace (ci vuole dell’"arte" per nascondere l’"arte", insomma).

Una novità del disco, rispetto ai due album precedenti, è costituito la presenza di "Here Today, Gone Tomorrow": si tratta di un brano ben più pacato rispetto agli altri, con un testo più riflessivo e che introduce anche una vena malinconica la quale, spesso associata al tema del ricordo di un amore perduto, non mancherà in seguito nella musica dei Ramones. Caratterizzata anche da un diverso timbro chitarristico, più acustico, "Here Today, Gone Tomorrow" è la prima ballata della formazione, quasi disarmante per la sua scarna essenzialità. Joey Ramone, dal canto suo, si dimostra particolarmente dotato nel cantare un brano del genere, che rappresenta anche il primo riuscito esperimento verso un filone più "pop" in cui la sua band conseguirà alcuni splendidi risultati negli anni seguenti (si acoltino ballate come “Questioningly”, “7-11” o “Bye Bye Baby”).

"Locket Love" è una gradevole ed allegra love-song che riporta subito il buonumore dopo le nubi passeggere del brano precedente. La seguente "I Don't Care", che tra musica e testo è uno degli episodi dalle connotazioni più "punk", lascia presto spazio alla giovanile irruenza della già citata "Sheena Is a Punk Rocker": una chitarra incandescente e un cantato irresistibile, accompagnato da coretti e handclapping , lo rendono uno di quei brani così coinvolgenti che fanno davvero venir voglia di saltare sulle sue note. Le seguenti "We're a Happy Family" e, sopratutto, "Teenage Lobotomy" rappresentano altre due pietre miliari della formazione, anche se forse si tratta di due brani che rendono meglio dal vivo ("It's Alive" è lì a dimostrarlo!).

"Do You Wanna Dance?" è l'eccellente cover di un brano degli anni ’50 firmato Bobby Freeman; illustre precedente era stata, tre anni prima, una versione cantata da John Lennon in "Rock 'n' Roll", la quale però non si discostava troppo dall'originale. I Ramones, al contrario, personalizzano molto il brano, lo fanno proprio al punto da non distinguersi più minimamente dagli altri; l'originale, infatti, è prima de-costruito per poi essere ricomposto con le medesime poche ed efficaci componenti che stilisticamente danno vita agli altri brani: il potente e lineare "wall of sound" chitarristico inventato da Johnny Ramone; il basso martellante di Dee Dee; i tempi rapidi della batteria di Tommy; la davvero inimitabile voce di Joey, l'eterno teenager. E il tutto è, come di consueto nella prima parte di carriera della band, dai tratti squisitamente low-fi e ridotto alla media di poco più di due minuti per traccia: nessun assolo, nessun abbellimento, nessuna ridondanza. Energia allo stato puro.

L'altra cover da manuale presente nell'album è la persino più vulcanica "Surfin' Bird", tratta da un vecchio hit dei Trashmen: in questo caso, è sopratutto la scelta del brano ad essere significativa poiché, al contrario del caso precedente, questa volta già lo stesso brano originale sembra fatto apposta per essere rivisitato dai Ramones. Con "Surfin' Bird" siamo di fronte non solo ad un esplicito omaggio al surf-rock, ma anche ad un saggio esemplare della sua riattualizzazione e rilettura in chiave moderna: il surf , genere proliferato nei primi anni '60 anche in una dimensione garage , incontra adesso il garage di una generazione successiva, quella dei Ramones. Questa è una lezione che non mancherà di fare alcuni illustri proseliti, sopratutto in patria.

Prima di giungere ad ascoltare i Ramones alle prese con i Trashmen, c'è spazio però anche per la gioviale filastrocca di "I Wanna Be Well", per i guizzi di "I Can't Give You Anything" e, sopratutto, per la cadenzata freschezza di "Ramona": gli immancabili cori di sfondo, nonché una chitarra dai toni più soffici, scandiscono un altro piacevole brano che rappresenta anche un perfetto modello, sebbene in realtà inimitabile, per tante future melodie pop-punk degli anni '90.

"Why It Is Always This Way?", per concludere, congeda in bellezza da una vera pietra miliare del rock: un disco che a suo tempo ebbe un impatto rivoluzionario; un album che, ancora oggi, non solo conserva la propria carica e diverte, ma si dimostra anche in grado di insegnare qualcosa, di far discutere. Se l'essenzialità musicale è stata la caratteristica distintiva dello stile “Ramones”, in particolare della prima fase creativa della band, a parere di chi scrive essa può essere riconosciuta ed apprezzata a due diversi livelli, entrambi validi, e che non vanno confusi: ad un primo livello, l'essenzialità di questi brani è già compiuta in se stessa, poiché proprio nella semplicità è riposta la loro perfezione, il segreto di un piacere dell'ascolto riposto non nella complessità, ma piuttosto nella semplicità dei mezzi di espressione artistica. Nello stesso tempo, ai Ramones vanno però anche attribuiti parecchi meriti storici: proprio nella loro brillante essenzialità, ognuna di queste tracce ha rappresentato un prezioso prototipo cui si è fatto ricorso per intraprendere tante nuove strade nel rock. Le canzoni dei Ramones hanno così rappresentato delle lezioni imprescindibili, e presto inconsapevolmente implicite, per quasi chiunque sia giunto dopo di loro.

Ancora oggi, infine, un album come "Rocket to Russia” può costituire una lezione sempre attuale per tutti gli amanti del rock, e sopratutto per chi è convinto che il rock'n'roll non abbia davvero età: i Ramones sono riusciti, forse come nessun altro, a reincarnare in una forma del tutto nuova, moderna, popolare, il suo originario spirito rivoluzionario e a tramandarlo alle nuove generazioni, gettando così un ponte ideale tra passato e futuro. Un ponte fatto di tre accordi e poco più: semplicemente, geniale. Long live rock'n'roll.

Francesco Paolo Ferrotti (ondarock)

martedì, luglio 24, 2007

SZIGET FESTIVAL 2007 : tabellone da brividi!


E' STATO ULTIMATO IL TEBLLONE DELLO SZIGET DI QUEST'ANNO. LE DATE VANNO DALL' 8 AL 15 AGOSTO E, COME IN PASSATO, L'ELENCO DEI GRUPPI PARTECIPANTI AL PIU' GRANDE FESTIVAL MUSICALE D'EUROPA E' DA FARE GIRARE LA TESTA...

Lo Sziget Festival è un festival musicale localizzato sull'isola di Obuda (Budapest), sita in mezzo al Danubio. Pprende nome dalla parola ungherese Sziget che per l'appunto significa isola. Inizialmente nasce come rassegna per gruppi locali nel 1993 per poi aumentare e migliorare anno dopo anno il cast artistico. Ad oggi, è uno dei festival che conta più presenze in assoluto al mondo, grazie anche alla sua durata che a differenza di un normale festival è di una settimana, la seconda di agosto. Sziget Festival conta più di 60 stages e ospita non solo musica dal vivo ma anche DJ sets, teatro, proiezioni video-cinematografiche, danza, esibizioni circensi e di artisti di strada e manifestazioni sportive.

Il festival è nato nel 1993,da un'idea dell'artista ungherese Peter Muller Sziami, organizzato da Gerendai Karoly. La prima edizione - chiamata "student island" - dlak sziget" - fu un modesta kermesse di artisti emergenti ungheresi, mentre dal 1994 si esibirono sull'isola di Obuda anche grandi nomi della musica internazionale. Dal 1996 al 2001 il festival prende il nome di "Pepsi Sziget Festival", dal principale sponsor; dal 2002 la Pepsi non è più tra gli sponsor del festival, che da allora si chiama Sziget Festival.

ARTISTI 2007 :
Sul Main Stage :
!!!
Babylon Circus
Chris Cornell
Eagles Of Death Metal
Faithless
Gentleman
Gogol Bordello
Juliette And The Licks
Kaizers Orchestra
Laurent Garnier
Madness
Mando Diao
Manu Chao
Nine Inch Nails
Pink
Razorlight
Sinead O' Connor
Sportfreunde Stiller
The Chemical Brothers
The Good, The Bad & The Queen
The Hives
The Killers
The Rakes
Tool

Sul Hammerworld stage:
Hammerfall
Hanoi Rocks
Killing Joke
Napalm Death
Negative
Nevermore
Pleymo
Satyricon
Skinny Puppy
Soulfly
Within Temptation

Sul world music stage :
Alpha Blondy
Cesaria Evora
Eddie Palmieri
Fanfare Ciocarlia – Queens & Kings
Gocoo
Leningrad
Manu Dibango
Mari Boine
Mau Mau
Orchestre National De Barbes
Pannonia Allstars Ska Orchestra
Paradox Trio
Rachid Taha
Sergent Garcia
Sierra Maestra
Ska Cubano
The Skatalites
Tinariwen
Värttina

Sul Wan2 stage :
Beat Assailant
Cassius
Dobacaracol
Fun da mental
GusGus
Hooverphonic
Hyper
Iamx
K'naan
M.A.P.
Nitzer Ebb
ROIA
Sud Sound System
Unkle

Electronic Stage :
Annie Nightingale
Blame
Booka Shade
Cedric Gervais
Dave Clarke
Dj Hell
Goldie
Motor
Philipp Straub aka Felipe
Plump Dj
S. Bassline & Youngman MC
Satoshi Tomiie
Sharam/Deep Dish
Silicone Soul
Timo Maas

lunedì, luglio 23, 2007

JOE STRUMMER : una Fender per rendergli omaggio


L'azienda liuteristica americana FENDER, forse il maggior costruttore di chitarre del mondo, ha confermato la produzione in serie di una Telecaster, modello 1966, dedicata a Joe Strummer.
Il disegno è stato realizzato con l’aiuto dei familiari del chitarrista e arriverà sul mercato al prezzo di 650 Euro (900 Dollari, ma il prezzo italiano sarà sicuramente maggiore).

La realizzazione è stata curata dal grafico Shepard Fairey seguendo la storia della chitarra originale di Strummer, attualmente custodita nel museo della Rock and Roll Hall of Fame di Cleveland; Joe comprò la sua Telecaster sunburst nel 1975 per 120 Sterline, successivamente venne customizata con una mano di grigio, poi il nero e una serie di adesivi e stampe.

La versione ‘commerciale’ arriverà già ‘usata’, ma saranno disponibili anche una serie limitata di 1.500 pezzi destinati ai collezionisti la cui confezione prevede un kit comprensivo di: adesivi, stencil, una copertina con delle foto di Bob Gruen, una lettera e una stampa firmate da Shepard Fairey.

Di seguito le specifiche:

Model Name
Joe Strummer Telecaster®
Model Number
013-3900-(750)
Series
Artist Series
Colors
(750) Custom Road Worn,
(Polyurethane Finish)
Body
Alder
Neck
Maple, “C” Shape,
(Gloss Polyurethane Finish)
Fingerboard
Rosewood, 7.25" Radius (184mm)
No. of Frets
21 Vintage Style Frets
Pickups
2 Vintage Style Single-Coil Tele® Pickups with Alnico Magnets (Neck & Bridge)
Controls
Master Volume, Master Tone
Pickup Switching
3-Position Blade:
Position 1. Bridge Pickup
Position 2. Bridge and Neck Pickups
Position 3. Neck Pickup
Bridge
Vintage Style 3-Saddle Strings-Thru-Body Tele Bridge
Machine Heads
Fender®/Ping® Vintage Style Tuning Machines
Hardware
Distressed Chrome
Pickguard
3-Ply Mint Green
Scale Length
25.5” (648 mm)
Width at Nut
1.650" (42 mm)
Unique Features
Revolution Rock Neckplate,
Road Worn Finish,
Art Customization Kit (First 1500 Units Only)
Kit Contains: Joe Strummer 12” Album Cover, Art Print, Stencil Sheet, Sticker Sheet, Template, Instructions and Bio.
Strings
Fender Super 250R, Nickel Plated Steel,
Gauges: (.010, .013, .017, .026, .036, .046),
p/n 073-0250-006
Accessories
Deluxe Black Hardshell Case
Case
Deluxe Black Hardshell Case
Introduced
7/2007

giovedì, luglio 19, 2007

EVOLUTION FESTIVAL 2007 : IMPRESSIONI DALLA RETE


GIRANDO IN RETE HO TROVATO QUESTI DUE REPORT SULL'EVOLUTION FESTIVAL, LA SAGRA METAL ORGANIZZATA QUALCHE SETTIMANA FA NEI PRESSI DI FIRENZE...

Arrivo a Toscolano Maderno: ore 11.30. Purtroppo il traffico del circondario, rimpinguato dalle frotte di turisti accaldati e pronti ad un tuffo nel lago, non è clemente con il sottoscritto, e così salta la visione del concerto dei londinesi Panic DHH, prima band sul palco dell’Evolution Festival, nuovissima iniziativa bresciana che credo farà ancora parlare di sé.
Il paesaggio è davvero sorprendente: acqua e colline ovunque intorno… una location abbastanza inusuale – perlomeno nel nord Italia - per un evento di questo tipo. L’aria è caldissima, ma fortunatamente all’entrata la fila per i “raccomandati” come me (ovvero PRESS, CREW, ARTISTS, GUESTS, ecc) è decisamente esigua: in un paio di minuti mi viene fornito uno splendido pass e mi ritrovo pronto ad entrare, con tutti gli onori. A dire il vero, quasi tutti. Infatti l’accesso o meno al backstage è rimasta una questione fumosa sino all’ultimo momento: alcuni riuscivano ad entrare anche senza il pass della CREW o del ALL AREA (ma guarda caso soprattutto ragazze), altri aventi diritto dovevano limitarsi alla zona concerto, e quindi niente cibo gratis, né tantomeno foto con gli artisti o sbirci di retroscena. Inconvenienti che capitano. Cose che invece non sarebbero dovute succedere sono stati i problemi audio, protrattisi fino all’ultima band.
Si sa che nessuno regala mai nulla, e in tutta onestà il prezzo contenuto d’ingresso (30 euro) unito alla bellezza della location, i costi abbordabili del cibo, la line up decisamente valida, destavano qualche sospetto. Evidentemente l’organizzazione è andata al risparmio con l’ingaggio dei fonici. Ovviamente posso portare testimonianza solo del loro lavoro per quel che concerne il mixer esterno (nulla si sa della qualità del suono su palco), ma dal punto di vista del gradimento del pubblico, è un elemento comunque di estrema importanza. Osservare quattro persone che ridono e scherzano come dei cretini sotto il gazebo, senza curarsi minimamente dei ronzi e dei fischi delle casse, del volume inesistente di molti strumenti, del missaggio grossolano della pasta sonora, devo dire che può risultare molto irritante, soprattutto sotto un sole che spacca le pietre. Un mio amico fonico li ha così giustificati “eh si sa che succede così, quando non sono interessati a quel tipo di musica”. No comment.
L’entrata in scena dei DARK TRANQUILLITY, sommersi da un’anomala calura mattiniera (anche perché sarebbero dovuti essere una delle big band della serata), è strana ma decisamente piacevole. E’ bello iniziare una lunga sessione di concerti con un gruppo importante. Negli ultimi tempi i DT sono riusciti a rendere perfetta l’intesa sul palco, sfornando prestazioni esemplari e perfettamente in linea con la controparte su disco. Stanne è in grande forma, si scusa col pubblico per il cambio di ordine del bill (li aspettava un altro concerto il giorno dopo, se non erro in Finlandia) e parte in maniera dirompente. L’unica pecca che ho rilevato è stata nella scelta dei brani, decisamente noiosi e poco spinti, se escludiamo la sempreverde “Punish My Heaven” e la finale “Final Resistance”. Comunque, una prova di tutto rispetto, e un ottimo inizio di giornata, tralasciando le chitarre inesistenti di Sundin. Soporiferi invece i tedeschi THE VISION BLEAK, fautori di un gothic piuttosto personale, ma eccessivamente cadenzato, piatto e lontano dalla prova cd (sono state infatti rimosse le belle partiture orchestrali). Da rivedere probabilmente in un altro contesto e valorizzando maggiormente ciò che li aveva resi interessanti su disco.
I DARK LUNACY, l’unica band che al Gods era riuscita ad avere un suono di tutto rispetto, potente e ben equalizzato, grazie alla magia dei fonici dell’Evolution cade rovinosamente come i gruppi che li hanno preceduti, perdendo probabilmente anche più punti. Il drummer dei DL vanta una potenza incredibile, il che mette in crisi i preset di batteria che erano stati mantenuti per i The Vision Bleak. Il risultato: una batteria altissima in primo piano, e un growl flebile in secondo. Meglio non parlare delle chitarre e dei samples d’orchestra. Nonostante ciò, è parso chiaro come i Dark Lunacy siano stati in grado di tenere alta la bandiera italiana con buon gusto e dignità.
Cosa questa che non si può dire per i VISION DIVINE. Escludendo la solita spavalderia di Thorsen e le presentazioni del nuovo (bravo) cantante Michele Luppi, un simpatico buontempone, e tralasciando pure il missaggio disastroso dei fonici… le loro canzoni restano terribilmente noiose. Non una nota, non un ritornello rimane impresso, solo assoli insensati in sweep e vocalizzi ai limiti delle possibilità umane. Sarebbe gradita la formazione del primo album…
E poi, improvvisamente, la rivelazione della giornata. Gli ORPHANED LAND nel giro di poche note spazzano via la concorrenza, con melodie ineguagliate ed una prestazione tecnica davvero invidiabile, capace di cancellare ogni sospetto destato dalla perfezione su album. Qualche santo protettore si è degnato anche di settare l’audio in maniera corretta, fornendo così una esecuzione chiara e godibile per tutti. Una band che ha lasciato i fan sbigottiti fino alla fine, perfino durante la stravolta ma perfetta cover di “Nel Blu Dipinto di Blu” di Modugno. Da rivedere assolutamente.
Un po’ di interdizione per i finlandesi LORDI. La band sul palco fa la sua bella figura, con tante maschere d’effetto, i suoni curati, e il vocione potentissimo del cantante Tommi. L’unico appunto va mosso alla qualità del loro hard rock, che risulta noioso nel volgere di pochi brani, e qualche errore tecnico, soprattutto per quel che concerne i riff di chitarra. Irrinunciabile la hit finale “Would You Love a Monsterman?”, cantata a squarciagola dal pubblico.
La delusione è grande per gli ENTOMBED, band che da sempre non incontra i miei favori, e che ha solo confermato le mie impressioni con la sua esecuzione all’Evolution. La band scandinava ha sfornato una nutrita scelta di pezzi death ‘n roll (grazie a Darksomepoet per la definizione n.d.a.) incredibilmente noiosi e privi di mordente. Va detto comunque che l’esecuzione è stata pregevole e priva di cali di tensione (ma forse è perché la tensione era già molto bassa…).
Un grande concerto invece quello di SEBASTIAN BACH, frontman degli indimenticati Skid Row, coadiuvato da una line up di tutto rispetto, tra membri di Iced Earth, Testament, Halford e Death: l’istrionico cantante di Los Angeles non poteva fallire. E così è, tra hard rock potentissimo e riff suonati in maniera perfetta. Bach non è ancora vecchio, e lo dimostra correndo come un folletto sul palco, scalando, un po’ goffamente, i layer e farneticando buffe frasi in italiano ad un pubblico che dimostra di apprezzare ogni espressione di affetto di un singer ancora in grado di dire molto nel vastissimo mondo dell’hard rock/metal.
E’ la volta dei NIGHTWISH, tra ritardi spaventosi sulla tabella di marcia e gli sbadiglii di un pubblico che comincia a sentire la stanchezza (me compreso). O, almeno, del pubblico che ha assistito all’intera giornata: in effetti nel corso della serata gran parte delle persone tra le prime file è costituito da fan della band finlandese arrivati soltanto al tramonto per assistere all’esecuzione dei loro beniamini. Fortunatamente, tanta attesa è stata compensata da un suono discreto (escludendo, ancora una volta, le chitarre bassissime) e un concerto decisamente valido. Rispetto agli anni passati, Tarja ha migliorato notevolmente la sua presenza scenica, anche se in tutta sincerità è parsa stanca e con poca voce. L’aiuto le è venuto dal bassista, dotato di una voce potentissima, nonostante probabilmente avrebbe fatto anch’egli una figura migliore se non fosse stato brillo. La scaletta proposta ha dato molto spazio a brani recenti, e ha escluso completamente le hit di Oceanborn, il che a mio avviso è stata una mossa azzardata e di cattivo gusto. In qualsiasi caso, una band che si è dimostrata un degno headliner della giornata.
RENAZ
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Come promesso, eccomi pronta a raccontarvi un week end fuori dal comune. Per un motivo o per l’altro, mi era già capitato di seguire concerti da una posizione privilegiata, ma questa è stata la prima volta che ho avuto l’occasione di esplorare le quinte di un festival di queste dimensioni.


Già, perché il mio Evolution è stato vissuto di fianco ai ragazzi dei Gory Blister, la storica death metal band, come membro della crew. Siamo partiti il giorno precedente, arrivando a Firenze ormai a sera. Giusto il tempo di lasciare le valigie in albergo, che siamo andati in cerca del William’s pub, dove la band aveva appuntamento con alcuni membri del forum ufficiale del festival. La serata è stata perfetta, sia per la simpatia dei presenti, che per il bell’ambiente, l'ottimo cibo e la birra, e le foto non sono mancate, anche se non abbiamo potuto fermarci troppo – il giorno dopo c’era da lavorare…


Al mattino, colazione e ultimi preparativi, e poi via verso l’Ippodromo delle Muline. La location è facile da trovare, un po’ meno la strada riservata agli artisti, che ci permette di arrivare in macchina fino a dietro il palco. E’ ancora presto, la maggior parte della gente deve ancora arrivare, e i concerti di Flashback of Anger e King Crow non sono ancora iniziati. Un membro dell’organizzazione ci consegna i pass e i cordini, e possiamo iniziare a esplorare l’ambiente.


C’è frenesia, gli show inizieranno un po’ in ritardo – e questo sarà solo uno dei numerosi problemi di un’edizione piuttosto sfortunata. Il cambio della location rispetto a quella splendida di Toscolano Maderno dei due anni scorsi, le defezioni di alcuni gruppi ne mesi scorsi, problemi logistici (meno stand del previsto – e dire che l’anno scorso c’era un “metal market” ricchissimo, dove avevo trovato delle vere e propri chicche) e ai suoni hanno reso difficoltoso un festival che nelle sue prime due edizioni era stato uno dei migliori di sempre in Italia. In compenso, non mancano gli alberi sotto cui il pubblico può ripararsi dal sole…


Non ho visto molto delle esibizioni di Flashback of Anger e King Crow, impegnata a dare una mano con gli ultimi preparativi per lo show dei Gory Blister. Quando è ora, sul palco sale il carismatico Trevor, frontman dei Sadist, che presenta la band in modo sentito. Si sente l’entusiasmo del pubblico presente sotto il palco; il banner con il logo del gruppo sventola, parte l’intro, e inizia lo show che, ovviamente, a me interessa di più in tutta la giornata.

Nonostante la scaletta accorciata di un pezzo, per via del ritardo di cui sopra (che costringerà più o meno tutti i gruppi a tagliare l’esibizione prevista), la band ha una buona mezz’ora per dimostrare tutta la propria energia e l’affiatamento ormai consolidato. Non vi sono soste né punti morti, le canzoni uniscono come sempre tecnica e potenza, i membri del gruppo sono infaticabili. Brani come “Skymorphosis”, “Asteroid, “I shall hang myself” (mai proposta prima in sede live con la presente formazione) trascinano i fans a cantare e inneggiare il nome del gruppo, che chiude l’esibizione con la cover di “1000 eyes” dei maestri Death, degno tributo al compianto Chuck. E, alla fine, il commento generale del pubblico è uno: la band ha davvero “spaccato”. C’è da rimpiangere che troppo spesso i gruppi italiani non ottengano né le vetrine né l’attenzione e il supporto che meriterebbero... Oggi, però, c'è da essere soddisfatti.


A salire sul palco a questo punto sono i Behemoth, e, dopo di loro, i Kataklysm (che avrebbero dovuto suonare subito dopo i Gory, ma che hanno chiesto lo scambio con i Behemoth per via di problemi logistici che li hanno fatti arrivare più tardi). Non ho potuto seguire da vicino le loro esibizioni, perché sono stata impegnata a fare la spola tra il backstage e lo stand delle magliette, dove ogni tanto ho dato una mano nel corso della giornata; ma i commenti dei fans che ho colto qua e là sono stati tutti soddisfatti. Certo, per gli amanti del metal estremo si è trattato di una gran bella accoppiata… Vorrei però dire due parole sulla mia esperienza di venditrice di t-shirt: potrei scrivere un’enciclopedia sui clienti “tipo” che mi sono capitati davanti. Quello che spende qualsiasi cifra per una maglia, e quello che invece guarda per ore ma non tira fuori un euro nemmeno per le magliette un po’ più economiche; quello che non riesce a credere che non ci sia la sua taglia, e quello che non si fida se gli dici che sono tutte maglie piuttosto abbondanti; quello che rimugina sospettoso, non credendo che si tratti proprio del merchandise ufficiale, e la signora che voleva una maglia “con i teschi e i mostri” per il figlio… E poi quelli che tornano ogni ora sperando che siano arrivate finalmente le magliette dei Virgin Steele, e quelli che si fanno dire il prezzo di ogni cosa e poi continuano a chiederti quello che, come gli hai già spiegato, manca. Io mi sono beccata proprio il momento di maggiore affluenza di clienti, ed è stata una vera faticaccia!


Tocca intanto agli attesissimi Cynic, riuniti dopo vent’anni. Li vedo a tratti: simpatica l’idea di far salire sul palco un fan (scelto tramite un concorso) per cantare “Uroboric form” insieme alla band, meno quella di presentare la voce sporca solo registrata. Certo che la classe e la tecnica dei musicisti non manca… Mentre si prepara il palco per i Kamelot, si tiene il “Bluargh contest”, durante il quale alcuni ragazzi, presentati sempre dall’ormai “anchor man” Trevor, si sfidano a colpi di growl, scream e urla di vario tipo.
Brandendo il pass (eh eh…) mi sposto allora davanti al pubblico, oltre le transenne, per studiare i Kamelot. La scenografia alle loro spalle è molto bella, ma la band offre uno show a mio parere un po’ freddino. Il disco “Karma” mi piace molto, ma l’impressione che mi lascia l’esibizione è che a un certo punto la loro musica risulti un po' noiosa e poco coinvolgente. Dopo tre canzoni, come al solito, la security chiede ai fotografi di spostarsi, così cambio postazione e salgo dietro il palco (doppio eheh) per godere del concerto da una prospettiva certo insolita. E, ne frattempo, c’è anche spazio per foto e autografi nel backstage (con musicisti, devo ammetterlo, tutti simpatici e disponibili, e questo fa davvero piacere: ricordo con particolare piacere Tom Angelripper, David DeFeis, un Warrel Dane pronto a chiacchierare). Tocca a questo punto proprio ai Sodom del buon Tom, e non ce n’è per nessuno. Grande show, che vedo a pezzi davanti e dietro il palco. Esaltante “Napalm in the morning”… Sicuramente una delle band che ha brillato di più in questo festival. D’altronde, avevo già ottimi ricordi di Tom Angelripper come solista al Tradate Iron Fest di due anni fa.


Non posso parlarvi granchè dei Fates Warning, purtroppo, perché sono di nuovo in giro e vedo proprio poco del loro spettacolo. Il caldo si fa meno soffocante, però iniziamo seriamente a preoccuparci del ritardo in scaletta, che persiste nonostante i tagli alle varie esibizioni. Sono rilassata con i Virgin Steele, band che sinceramente non ascolto da parecchio tempo, ma autrice di alcuni dischi che mi piacciono molto e che a questo punto devo proprio rispolverare. L’avevo già vista dal vivo, e l’impressione è anche questa volta buona; David è un personaggio carismatico, sia sopra che fuori dal palco. Bella la scenografia con la copertina che riproduce il Perseo con la testa di Medusa di Cellini – che il giorno dopo vedremo dal vivo proprio a Firenze…


A questo punto, però, inizia la parte più dolente della giornata. Ceniamo nel backstage e aspettiamo la performance dei Nevermore (che ormai non so nemmeno più quante volte ho visto). Purtroppo, Warrel Dane, che poche ore prima era gentile e disponibile con noi, ora sta male, come è stato spiegato anche dagli organizzatori del festival nel forum ufficiale. NON era ubriaco, ma proprio debilitato fisicamente, e la sua prestazione ne risente. La scaletta viene di molto ridotta (nessun brano dal mio preferito “Dead heart in a dead world”) e per questo lo show lascia molti dei presenti insoddisfatti. Ancora una volta, è la sfortuna a farla da padrone…


Ormai che è calato il buio, sono sinceramente esausta e non ho molta voglia di guardare lo show di Sebastian Bach (sarà che gli strilli delle fans mi risultano irritanti quanto quelle delle ragazzine per le boy band). Per di più Seb si fa ben proteggere dalla security anche nel backstage (lo vediamo giusto per qualche minuto, senza che si conceda alle foto invocate dai presenti) e persino mentre percorre di fretta i pochi metri che lo portano sul palco. Meglio allora qualcosa che proprio non mi aspettavo capitasse: sapete chi comparso a questo punto nel backstage, appoggiato a un albero a chiacchierare? Piero Pelù! D’altronde, eravamo a Firenze... Almeno lui non ha fatto il prezioso ed è stato ben disponibile per una foto. Mentre osserveremo lo spettacolo dalla parte posteriore del palco, sarà un paio di metri più in là a guardare lo show come noi.

Sebastian Bach fa vorticare il microfono, riceve gli striscioni del pubblico, presenta diversi classici degli Skid Row, tenta un italiano imperfetto. Sinceramente, però, lo avevo apprezzato di più due anni fa, durante la prima edizione del festival.... Alla fine, quando ormai è quasi mezzanotte, ci spostiamo davanti: le macchine sono già caricate, ci attende l’albergo. Manca poco, Seb annuncia “Youth gone wild”… E cala il buio. Tutte le luci si sono spente, la band continua comunque a suonare, a un certo punto con una torcia; poi anche i suoni vengono staccati. Grande rabbia e stupore, ma, come abbiamo appreso poi (e come potete leggere ad esempio qui), sono state le forze dell’ordine a intervenire imponendo la fine dello show, che Seb stava portando avanti nonostante fosse già stato avvertito di essere in ritardo. Che dire, ora si discute e si reclama; certo, si poteva sperare in una fine migliore per il festival.

In conclusione, è stata una giornata entusiasmante, vissuta da una prospettiva diversa che mi ha consentito di vivere emozioni del tutto particolari. Sono soddisfattissima per l'esibizione dei Gory Blister, e felice di aver potuto esplorare le quinte di un evento che finora avevo sempre vissuto da spettatrice (rendendomi conto della quantità di lavoro che c'è dietro, e che difficilmente potrete immaginare se non vi è mai capitato di viverlo di persona). Il pass che vedete in foto è un souvenir prezioso che ora conservo sulla scrivania... In attesa del prossimo Evolution.

martedì, luglio 17, 2007

BIOGRAPHY : HENRY ROLLINS


OGGI CI OCCUPIAMO DELLA VITA DI UN PERSONAGGIO STORICO DELLA SCENA HC E PUNK MONDIALE : HENRY ROLLINS, EX VOCALIST DEI BLACK FLAG, TUTT'ORA IMPEGNATO IN VALIDI PROGETTI MUSICALI...

Nel 1981 i Black Flag rilasciano due nuovi EP, "Six Pack" e "Louie Louie", continuando comunque a fare concerti in giro per gli Stati Uniti. Ad uno show in New York City un fan del gruppo, Henry Garfield, sale sul palco per cantare un brano: alla band piace talmente la sua performance che gli chiedono di fare qualche prova con loro per vedere se poteva prendere il posto di Dez alla voce, visto che lui vuole smettere di cantare perché le sue corde vocali si stanno rovinando. Dopo qualche prova, in luglio, i Black Flag decidono di assumere Henry come nuovo cantante, che decide di utilizzare il nome d'arte di Henry Rollins e di trasferirsi immediatamente in California, lasciando il lavoro e vendendo tutto ciò che possedeva (persino l'auto e l'appartamento), mentre Dez passa alla seconda chitarra. Lo stesso anno la band registra il primo full-length, che è anche il primo lavoro registrato in cinque, "Damaged". Durante le registrazioni, effettuate sostenendo una spesa di circa 8.000 dollari, la band riceve un'offerta di distribuzione da una piccola label, la Unicorn Records, una sussidiaria della MCA Records, una major: il gruppo, pensando di potere ottenere una migliore distribuzione, accetta la proposta. Ma dopo che sono state stampate 25.000 copie, il direttore della sezione distribuzione della MCA dice che la compagnia non avrebbe distribuito l'album, in quanto ritenuto portatore di un messaggio sociale negativo. La band decide allora di rilasciare, sempre nel 1981, l'album per la SST, violando così il contratto stipulato con la Unicorn, il che porta ad una guerra legale che vede la casa da una parte ed il gruppo e la SST dall'altra

Verso la fine dell'anno, quando la band sta per lasciare l'Inghilterra dopo alcune date, Robo viene trattenuto alla frontiera, cosicché le rimanenti sette date del tour vengono concluse con Bill Stevenson dei Descendents alla batteria. Robo lascia così definitivamente la band, che trova in maggio il suo sostituto in Emil Johnson, con il quale la band registra alcuni brani che vengono rilasciati sottoforma di singolo, "TV Party". Poco dopo, in luglio, Emil lascia la band a causa di un litigio con Steve "Mugger" Corbin, un impiegato della SST (nonché roadie della band) che frequentava la sua ragazza a sua insaputa. Emil viene sostituito dall'ex batterista della band canadese D.O.A., Chuck Biscuits, che con i Black Flag effettua alcuni concerti e registra alcuni demo che però non vengono rilasciati, prima che venga cacciato perché irresponsabile. Intanto, nel 1982, la SST ha rilasciato "Everything Went Black", una raccolta di brani con i precedenti cantanti (Keith Morris è citato, in questo disco, col nome di Johnny "Bob" Goldstein), sul quale però, a causa della disputa legale con la Unicorn, non può apparire il nome del gruppo. Agli inizi del 1983 torna a suonare con i Black Flag Bill Stevenson (pur restando anche nei Descendents), e poco dopo la giustizia si pronuncia sulla causa con la Unicorn: Ginn e Dukowski (che aiuta Ginn a mandare avanti la SST) vengono condannati a cinque giorni di reclusione nelle carceri di Los Angeles. Ma la Unicorn nel frattempo va in bancarotta, e pertanto dopo poco tempo i Black Flag possono tornare ad usare il proprio nome: la SST rilascia così lo stesso anno una nuova compilation, "The First Four Years". Nel frattempo lasciano il gruppo sia Dez che Chuck (che comunque continua a cooperare con la SST), che comunque registra un nuovo lavoro: Ginn suona in questo album, "My War", che esce sempre nel 1983, oltre che la chitarra, anche il basso, con il nome di Dale Nixon. Poco dopo, verso la fine del 1983, viene reclutata come bassista Kira Roessler, una ragazza che Ginn aveva sentito suonare con la band nel frattempo fondata da Dez, i DC3, con la quale registrano due full-length, "Family Man" (un album costituito da un lato comprendente parlato di Rollins, e l'altro solo strumentale) e "Slip It In", entrambi rilasciati nel 1984. Lo stesso anno viene anche ristampato con il nome ed il logo della band in copertina "Everything Went Black", mentre l'anno seguente vengono rilasciati il primo live del gruppo, "Live '84", l'album "Loose Nut", l'EP strumentale "The Process Of Weeding Out" ed un altro full-length intitolato "In My Head". Intanto, in aprile, la band chiede a Bill di andarsene perché a Ginn non piace come suona: il mese seguente viene trovato il suo rimpiazzo in Anthony Martinez. Agli inizi del 1986 il gruppo chiede a Kira di andarsene, a causa delle differenze musicali e caratteriali con gli altri membri, e viene rimpiazzata da C'el Revuelta. Esce poi, sempre nel 1986, il live "Who's Got The 10 ½?", registrato con Anthony e Kira. Ma poco dopo, in agosto, Ginn scioglie la band, per dedicarsi interamente ad un nuovo gruppo, i Gone, ed alla direzione della SST Records, che sta diventando una delle più importanti case indie mondiali. Nel '87 esce "Wasted… Again", un "best of" della band, mentre due anni più tardi viene rilasciato "I Can See You", un EP contenente tre brani tratti da "In My Head" ed uno inedito registrato con Bill e Kira.

Terminata l'avventura con i seminali Black Flag, Henry Rollins (che nel frattempo si è guadagnato un'ottima reputazione anche come performer di "spoken-words") comunica la notizia al suo grande amico, Chris Haskett. E' quest'ultimo a convincerlo a mettere su una nuova band. Chris, buon chitarrista, viveva da tempo a Leeds, in Inghilterra. Del posto è anche il batterista Mick Green. A Washington D.C., invece, Rollins coinvolge il bassista Bernie Wandell, e il gioco è fatto!

Sempre a Leeds, nel 1986, i nostri iniziano a registrare materiale inedito, con il supporto tecnico dell'ingegnere del suono Geoff Clout. Gran parte di quel materiale andò a finire sull'album d'esordio della band, Hot Animal Machine, pubblicato nel 1987 ed intestato al solo Henry Rollins.

L'album è una sorta di primo testamento spirituale dell'ex Black Flag, segnato da un'infanzia che dire intensa e difficile significa voler usare un eufemismo. La tensione accumulata anche durante il periodo trascorso alla corte di Greg Ginn viene scaricata in una miscela furiosa, allucinata, dalle sottili ma inconfondibili venature lisergiche. Rollins imbastisce psicodrammi fortemente "teatrali", in cui l'elemento cardine, il protagonista unico e assoluto, è la sua psiche martoriata da tensioni spasmodiche e terrificanti.

Il galoppante rock & roll di "Black And White" è indicativo di quello che sarà l'umore dell'intero disco. Certo, la carica hardcore dei Black Flag non è andata del tutto smarrita; ma qui c'è soprattutto un infernale crogiuolo tra blues, funk e rock viscerale. "Followed Around" prosegue nella devastante opera di purificazione del leader, con scatti epilettici di chitarra che ora suonano la ritirata, ora lanciano l'offensiva. "Lost And Found" si apre con un possente hard-boogie, con Rollins pazzo furioso e infernale giocoliere dell'anima. Scava solchi ancora più profondi, il voodoobilly di "There's A Man Outside", screziato da lancinanti derive psichedeliche.

La cover di "Crazy Lover" (Chuck Berry) subisce lo stesso trattamento adrenalinico, mentre "A Man And A Woman" dosa l'istinto bestiale, tra singhiozzi di basso, stridori metallici e la verbosità quasi parossistica del leader. "Hot Animal Machine 1", un heavy-metal spavaldo, riporta in auge la cattiveria e gli impulsi più animaleschi di Rollins. La sorpresa è la straordinaria cover di "Ghost Rider", sì, proprio quella che apriva l'omonimo debutto dei leggendari Suicide. Un'altra cover è quella di "Move Right In": Velvet Underground, New York City. Il delirio logorroico di "Hot Animal Machine II", con perentorie accelerazioni hard-rock, si perde in una spirale di psichedelica memoria, con Haskett sugli scudi e il resto della gang a macinare decibel onirici.

Tutta questa bolgia di distorsioni, urla, rumori e quant'altro, prepara il recital psicoanalitico di "No One", lasciato vagare in un mare di dissonanze, e parente prossimo di quella "Damage II" che chiudeva "Damaged, il grande capolavoro dei Black Flag. Ancora una volta, Rollins non mostra alcun problema nel mettersi a nudo, confessando al mondo intero tutta la sua angoscia e tutte le sue frustrazioni.

Durante le stesse session di Hot Animal Machine, venne registrato anche l'Ep Drive By Shooting, un lavoro dai toni più rilassati e a tratti grotteschi.

Il primo album in cui compare la sigla "Rollins Band" è Life Time (1988), prodotto da Ian MacKaye. La sezione ritmica è nuova di zecca: Andrew Weiss (basso) e Sim Cain (batteria), entrambi provenienti dai Gone, l'altra creatura di Greg Ginn. Ci sarà da divertirsi. Intanto, quando i nostri attaccano con "Burned Beyond Recognition", non c'è alcun dubbio che quell'animale in gabbia che sputa veleno nel microfono sia quel maledetto bastardo di Rollins. Tanto per chiarire subito che c'è ancora pane per i nostri denti. Lo stupro continua su "What Am I Doing Here?", con eccellenti ricami di chitarra e un basso "gigione". Chi si ferma è perduto, e allora ecco partire "1,000 Times Blind", seguita dalle cadenze maestose di "Lonely" e dall'heavy-metal lercio di "Wreckage". Rollins prende coscienza del suo posto nel mondo, concludendo che l'unica soluzione a questo schifo abominevole sia la solitudine. Il capolavoro del disco risponde al nome di "Gun In Mouth Blues", una lunga, estenuante discesa nell'inconscio, sorretta da un'epica impalcatura strumentale e da una voce dissoluta. Rallentato fino alla stasi, fino a una quiete arroventata, il brano dissipa tutte le sue forze nell'apocalisse conclusiva, tra mitragliate assassine di chitarra, scariche adrenaliniche di basso e urla maniacali. Si riprende a saltare come dei matti con "You Look At You", mentre sembra di risentire gli scatenati Black Flag nella supersonica sarabanda di "If You're Alive". Ancora tempo per l'heavy-funk di "Turned Out" e. tutti a casa!

Ancora più disperato e potente appare Hard Volume, che raggiunge i negozi appena un anno dopo. Il sound ha guadagnato in compattezza e in dinamicità: la Rollins Band è, ormai, una micidiale macchina da guerra. Dal rock'n'roll tumefatto di "Hard" a quello dinamitardo di "I Feel Like This", passando per il blues esuberante e solenne di "What Have I Got" e il punk rallentato e meccanico di "Planet Joe", Hard Volume si presenta come un blocco granitico di energia, passione e poesia di strada.

La belva torna a mostrare i denti nella raggelante atmosfera di "Love Song", e continua a farlo tra la tempesta grunge di "Turned Inside Out" e nella delirante orgia "hardelica" di "Down And Away". Se Rollins costringe la sua voce a seguirlo dappertutto, il resto della band non è da meno, districandosi tra scudisciate hard, orgasmi lisergici e stasi ribollenti di fuoco.

Documentata l'attività live con il discreto Do It (1988), in piena epoca grunge la Rollins Band insegna due o tre cosine a tante "mezzeseghe" con il mastodontico The End Of Silence (1992). Rollins è ancora, se possibile, più arrabbiato, teatrale, solitario. Le sue urla sono spasmodiche, scomposte, sincere. La musica ha ormai rotto gli argini, e cola senza sosta verso il fondo, verso gli abissi in cui quella voce maledettamente "sul limite" si ostina a trascinarla. La Rollins Band si spinge in mare aperto, e continua a navigare, impavida. "Low Self Opinion" paga ancora dazio all'amato blues, mentre gli stili si moltiplicano in "Grip" e la psichedelia ritorna a farla da padrona su "Just Like You" (con l'urlo bestiale di Rollins che non lascia scampo) e su "Blues Jam". Sul lato più propriamente "heavy" si situano "Tearing" (con un grande assolo di Haskett), "Almost Real" e "What Do You Do".

A dire il vero, qualche delirio di jazz-core alla lunga finisce per stancare, ma, tutto sommato, The End Of Silence rappresenta una pietra miliare del rock alternativo degli anni '90, oltre che uno dei migliori episodi della carriera di Rollins.

Venuto a mancare il fondamentale apporto di Weiss, la Rollins Band rallenta la sua folle corsa con la mezza delusione di Weight (1994), un album di funk-metal che non lacera l'anima più di tanto. "Liar" è l'hit-single della situazione, il loro primo grande successo commerciale. Ma non si può definire un grande pezzo, tutt'altro. E non convincono più di tanto nemmeno l'heavy-metal di "Icon" o l'hard-rock lisergico di "Step Back". E che dire del funk di "Shine"? No, niente da fare. Passiamo oltre. Anzi, meglio guardare indietro, visto che davanti alle cariatide di Come In And Burn (1997), Get Some Go Again (2000) e di Nice (2001) c'è solo da rimpiangere i bei tempi andati. (The Only Way To Know For Sure (2002) è invece un altro documento live).

Parallelamente all'attività con la Rollins Band, il vecchio Henry ha proseguito la sua carriera di poeta, portando in giro i suoi spettacoli di "spoken words": nel 2001 è stato pubblicato "Rollins In The Wry".

lunedì, luglio 16, 2007

RECENSIONE DELLA SETTIMANA


COMINCIAMO LA SETTIMANA CON LA RECENSIONE DELL'ULTIMO BELLISSIMO LAVORO DEI DARKEST HOUR...

TITOLO : Deliver Us
ARTISTA : Darkest Hour
GENERE : Metalcore
ANNO : 2007
PROVENIENZA : Washington (USA)

Tornano i Darkest Hour... e forse per la prima volta nella loro carriera fanno veramente le cose in grande, tirando fuori dal cilindro un album che ha pochissimi punti deboli e che punta seriamente a diventare il più celebrato della loro discografia. A fare la differenza rispetto al recente passato è naturalmente il songwriting, portato ad un livello superiore da un Kris Norris - chitarrista solista e compositore principale della band - che, pur continuando a non creare nulla di sostanzialmente nuovo, ha talmente affinato negli anni la sua tecnica e il suo gusto da essere ormai in grado di scontrarsi in campo aperto con coloro che il melodic death metal lo hanno creato tanti anni fa. Lo afferma uno che aveva sempre apprezzato i Darkest Hour, ma che non era mai riuscito ad esaltarsi del tutto durante l'ascolto di un loro lavoro per via di una a tratti eccessiva sudditanza nei confronti dei vari At The Gates e Dark Tranquillity. La sudditanza anche oggi c'è e si sente... ma si sentono anche dei riff che, al di là delle solite considerazioni sulla loro effettiva genialità, sono semplicemente stupendi. Prendiamo, ad esempio, "Doomsayer" o "Demon(s)": se qualcuno aggiungesse un paio di tastiere qua e là, questi brani potrebbero essere spacciati senza alcun problema per due nuove hit degli acclamatissimi Dark Tranquillity tanto gli intrecci melodici sono elaborati e le strutture avvincenti. Si parlava di Norris, ma ci pare giusto sottolineare come l'intera band americana sia progredita notevolmente sia a livello tecnico che di confidenza nei propri mezzi. John Henry su tutti: non sarà mai Mikael Stanne, ma questo ragazzo oggi sa che non serve urlare per tutto il tempo per dare spessore alla propria interpretazione, tanto che i suoi tentativi di variare le linee vocali colpiscono nel segno il più delle volte, soprattutto nella succitata "Demon(s)" e nell'ottima "A Paradox With Flies". Sono definitivamente lontane le origini hardcore (udibili in parte solo in "Full Imperial Collapse"), e forse qualche fan di vecchia data storcerà il naso nel sentire un album così pulito e raffinato (la produzione è stata curata nuovamente da Devin Townsend), tuttavia tutti coloro che avevano apprezzato le recenti evoluzioni del gruppo o, in generale, i fan del melodic death metal svedese non potranno non trovare "Deliver Us" un'opera nella quale il genere viene riletto in maniera altamente curata e seducente. Provate ad ascoltarlo.

mercoledì, luglio 11, 2007

LIVE REPORT : SICK OF IT ALL - Torino, Colonia Sonora (4/7/2007)


ECCO IL REPORT DELLA NOSTRA TRASFERTA TORINESE PER LA SERATA HARDCORE DI COLONIA SONORA, NELLA QUALE I SICK OF IT ALL L'HANNO FATTA DA PADRONI... COME SEMPRE!

Avevo già visto i SOIA al Live di Trezzo pochi mesi fa, ma lo spettacolo era stato molto coinvolgente e così ho deciso da andare a Torino a rivederli.

Colonia Sonora inoltre è un bel festival, lunghissimo (3 mesi!!!) ben organizzato e molto vario nelle proposte musicali, che spaziano a 360 gradi in tutti gli ambiti delle sette note. Il viaggio in macchina con Paolo e Ste dei Protect & Severe passa abbastanza in fretta e intorno alle 21:30 siamo nell'area di Collegno, dove sorge il vecchio manicomio di Torino e dove si stanno già esibendo i Collision of my Axioms, primo gruppo della serata. Non c'è molta gente, ma con il passare dei minuti l'area si riempirà. Mangiamo una pizza al volo e facciamo un giro : l'allestimento dello spazio è bello, il palco è molto grande e pieno di luci, la regia presenta una serie impressionante di rack. Ci sono diversi stand, un paio di distro alternative, due ristoranti, un paio di "birrai" e alcune bancarelle che vendono di tutto.
Dopo una ventina di minuti tocca ai Concrete Block scaldare l'ambiente per i Sick of it all. Saverio (ex woptime), leader della band torinese, tira un mezzo col suo metalcore potente, ma l'impianto non risponde benissimo e c'è da chiedersi se anche per i SOIA la situazione sarà questa.

L'area piano piano si va riempiendo e saranno circa 350 le persone presenti a metà dell'esibizione dei C.B. Un appunto doveroso sul pubblico torinese : gente davvero spessa, moltissimi personaggi HC, tante ragazze stilose, una presenza massiccia della cosiddetta "scena". Bell'ambiente, bella gente, giusta per un concerto Hardcore e senza dubbio migliore del pubblico che avevo visto al live di trezzo, dove erano i giovanissimi a farla da padroni. Certo, non credo che bastino un tot di tatuaggi e un modo di vestire a giudicare il pubblico di un concerto, ma devo dire che, ad un certo punto, sembrava veramente di essere a New York.

Verso le 22:30 attaccano i Sick of It All... le solite sirene annunciano lo show, che parte massiccio con "Take the Night off". Sono in forma i ragazzi newyorkesi e il loro sound è decisamente migliore di quello delle band precedenti. La gente inizia a muoversi in modo frenetico e i fratelli Koller si scatenano.
L'impatto è, come sempre, deciso e diretto. I pezzi proposti svariano dai classici "Step down" e "Scratch the surface" ai più recenti "Uprising Nation" e "Always war" e lo show non ha un attimo di pausa. Ai lati del palco la crew della band li segue con attenzione e i musicisti non sgarrano mai. La sezione ritmica è devastante come al solito e l'entusiasmo con cui dei quarantenni suonano brani che ripetono da vent'anni, è davvero invidiabile e dovrebbe essere di monito a tutte le band emergenti che muovono i primi passi della scena.

Incontro Mario e Michele della Bombonegra, anche loro presi benissimo dallo show che i quattro musicisti stanno proponendo sul palco. "Evil Schemer" viene particolarmente bene e, nell'ora abbondante di concerto, c'è spazio per tutti il classico repertorio di spettacolo dei Soia, dal "girotondo" allo split in due parti del pubblico presente, che risponde con entusiasmo a tutte le proposte dei Koller cantante.
Mi bevo un paio di birre e mi sposto un po' più indietro per seguire la seconda parte dello spettacolo, condita da un paio di bis e da notevoli assoli di basso, proposti da un Rich Capriano in gran forma, che sgrattuggia le quattro corde alla grande e si butta in un improbabile discorso in italiano, giusto per ribadire le origini tricolori della sua famiglia.

Alla fine dello show sono applausi a scena aperta, per la band, per il festival, per l'organizzazione.
Il viaggio di ritorno è un po' sbatti, visto che l'autostrada è chiusa fino a Santhià e dobbiamo spupazzarci 35 km di statale, chiachcierando di metal, di Hc, asoltando gruppi di Lecce e interrogandoci su chi sia stata la più grande band "pesante" di sempre...
Una bella serata comunque e un concerto praticamente perfetto, senza sbavature e punti morti, nel pieno della tradizione HARDCORE newyorkese, nel pieno della tradizione dei Sick of it all...

ALE

martedì, luglio 10, 2007

07.07.2007 LIVE EARTH


NUMERI così non si erano mai visti. Più di un milione di biglietti venduti, 118 artisti, 8 mega-concerti e due miliardi di spettatori in tutto il mondo. Il Live Earth, la maratona in musica voluta da Al Gore per sensibilizzare l'opinione pubblica sui disastri ambientali, è stato un trionfo. Dall'Australia a New York passando per Tokyo, Shanghai, Amburgo, Londra, Johannesburg, Rio de Janeiro e Washington, è risuonato in tutto il mondo l'appello a salvare il pianeta al grido di SOS, Save Our Selves, "salviamo noi stessi". Questo il leit motiv della kermesse a cui hanno partecipato, nelle varie città, Madonna, Smashing Pumpkins, Shakira, John Meyer e i Genesis, Spinal Tap e Red Hot Chili Peppers: 150 artisti su nove palcoscenici in sette continenti. Un'iniziativa che, però, ha attirato su di sé anche molte critiche: sotto accusa i comportamenti poco eco-virtuosi delle star che hanno partecipato all'evento. Per Gore la musica ha il potere di cambiare il mondo: "Quando ero giovane, Blowin' in the Wind di Bob Dylan ebbe un impatto incredibile nell'America dei diritti civili. Oggi la musica di Live Earth può fare lo stesso". Premio Oscar per il documentario An Inconvenient Truth, Gore è apparso continente per continente, per avvertire della sfida posta al pianeta dal Global Warming: "E' la più grande, la più grave, ma la possiamo risolvere se ci mettiamo tutti assieme".

I cantanti della kermesse erano stati tacciati di ipocrisia, nei giorni scorsi, per i loro sprechi energetici (la sola Madonna ha emesso 485 tonnellate di ossido di carbonio in quattro mesi per il suo tour dell'anno scorso) e gli organizzatori hanno cercato di fare di tutto per ridurre al minimo l'impatto ambientale delle manifestazioni. I concerti sono stati, fin dove possibile, tutti "carbon neutral", cioè senza emissioni di CO2, mentre contractors e fornitori di servizi sono stati scelti non in base ai costi ma alle credenziali "verdi". Bicchieri e contenitori di cibo erano riciclabili. Al Giants Stadium alle porte di New York 800 volontari non hanno avuto altra funzione che di andare in giro a spegnere luci inavvertitamente lasciate accese.

Per la prima volta anche la Cina c'era. Un evento collaterale al tempio Toji, a Kyoto, in Giappone, ha ricordato al mondo l'urgenza di rinnovare il Protocollo che gli Stati Uniti non hanno sottoscritto. Ma, almeno in Europa, gli show non hanno registrato il tutto esaurito: spalti vuoti a Londra e a Amburgo e, complice la pioggia, Shakira ha cantato a stadio mezzo vuoto. Però si è suonato anche in Antartide, con la band finora sconosciuta Nunatak: due ingegneri, un biologo marino, un meteorologo e una guida polare hanno cantato davanti a 27 colleghi, sullo sfondo di un iceberg e a meno 18 gradi.

A Sydney 45 mila persone hanno affollato l'Aussie Stadium per il concerto aperto dai Blue King Brown. Subito dopo, l'attrice e cantante Toni Collette e, a seguire Missy Higgins, The John Butler Trio, Jack Johnson, Eskimo Joe, Paul Kelly, Wolfmother e gli attesi Crowded House, riuniti per l'evento. Nella Makuhari Messe, alle porte di Tokyo, 10 mila giovani hanno seguito il concerto aperto dai nipponinci Rize. Circa un'ora dopo, sotto la pioggia, è iniziato la kermesse all'Arena di Amburgo, con la pluripremiata Shakira. E a Copacabana, la spiaggia di Rio de Janeiro, si sono radunati in 500 mila.

Allo stadio Wembley di Londra, davanti a circa 80 mila persone, hanno sfilato, fra gli altri, Roger Taylor dei Queen, i Metallica, i Genesis fino alla chiusura con Madonna. E a Shanghai Evonne Hsu, cantante e attrice di Taiwan, ha inaugurato la kermesse. Peccato per le pessime condizioni climatiche, che hanno messo in fuga gran parte del pubblico. Proprio a Shangai si è ascoltata l'unica canzone italiana del Live Earth: Sarah Brightman, performer inglese molto popolare in Estremo Oriente, ha eseguito Con te partirò di Andrea Bocelli.

Ma le polemiche non si arrestano. Il quotidiano britannico The Guardian si chiede quanto costerà al Pineta un evento trasmesso da 120 emittenti radio, televisive e via internet. Colto in fallo anche Al Gore che, sempre secondo The Guardian, ha macinato consumi record di gas in una delle sue abitazioni: nel 2006, per la villa di Nashville (10 mila metri quadrati) ha speso una media di 500 dollari al mese, 20 volte la spesa di un americano medio. A Tokyo, comunque, hanno dato il buon esempio: finito il concerto, è iniziata la raccolta differenziata dei rifiuti lasciati dagli spettatori.

(nella foto Joss stone a Johannesburg)

venerdì, luglio 06, 2007

THE ORIGINAL SOUNDTRACK


TORNO A PARLARE DI COLONNE SONORE, ANALIZZANDO LA SOUNDTRACK DI UN FILM ZARRISSIMO, CHE AMMETTO MI SIA PIACIUTO PARECCHIO... QUANDO MACCHINE DA PAURA SI UNISCONO A BELLE MUSICHE, NASCE FAST & FURIOUS... CAPITOLO 3!

Per il terzo episodio della saga Fast and Furious la produzione ha voluto che anche la colonna sonora desse l'idea delle gare automobilistiche, e non sbaglia obiettivo. The Fast and Furious: Tokyo Drift punta a ricreare la sensazione di velocità attraverso brani come quello di apertura, realizzato dai Teriyaki Boyz o Speed degli Atari Teenage Riot (pura accelerazione fatta in musica), ma anche a regalare sfumature "made in Japan" per sottolineare la location del film, grazie alle 5.6.7.8's, gruppo garage-surf'n'roll nipponico, e ai Far*East Movement, trio asiatico-americano, oltre ai già citati Teriyaki Boyz. E, sempre per rimanere fedeli alla trama, in cui si punta sul connubio "donne e motori", il disco si colora di tonalità sensuali con She Wants to Move dei N.E.R.D. e di caldi ritmi latini con Bandaleros di Don Omar. Dei tre lavori realizzati per la saga questo, a nostro avviso, è il migliore proprio per la carica che ha in più e per la varietà della scelta musicale. Non manca la presenza di una guest star, ovvero il celebre ex chitarrista dei Guns N'Roses, Slash, che il compositore Brian Tyler - selezionatore del soundtrack - ha voluto al suo fianco per l'ultimo brano della compilation, Mustang Nismo, che dà quell'"incontrollata" dose di adrenalina in più. Una curiosità: una serie di coincidenze - fortuite o volute? - lega la pellicola di Justin Lin e la colonna sonora di The Fast and Furious: Tokyo Drift a Kill Bill: Vol. 1 di Quentin Tarantino. Il cameo di Sonny Chiba, vecchio eroe dei film di kung fu degli anni '70 e '80, che in Kill Bill interpretava Hattori Hanzo, e la presenza in scaletta delle 5.6.7.8's, che Tarantino aveva voluto in alcune scene della sua opera.

01. Tokyo Drift (Fast & Furious) - Teriyaki Boyz
02. Six Days (The Remix) - DJ Shadow feat. Mos Def
03. Barracuda - 5.6.7.8's
04. Restless - Evil Nine
05. Round Round - Far*East Movement
06. She Wants to Move - N.E.R.D.
07. Cho Large - Teriyaki Boyz
08. Resound - Dragon Ash
09. Speed - Atari Teenage Riot
10. Bandaleros - Don Omar feat. Tego Calderon
11. Conteo - Don Omar
12. Mustang Nismo - Brian Tyler feat. Slash

giovedì, luglio 05, 2007

DISCHI CHE HANNO FATTO LA STORIA


DA ROCKLAB UNA BELLISSIMA RECENSIONE CHE ENTRA DI DIRITTO NELLA RUBRICA DEDICATA AGLI ALBUM CHE HANNO CAMBIATO LA STORIA DELLA MUSICA.
OGGI SI PARLA DI IGGY POP E DEL SUO LUST FOR LIFE, CHE HA LASCIATO UN SEGNO DENTRO TUTTI COLORO CHE LO HANNO ASCOLTATO ALMENO UNA VOLTA...

Il 1977 fu un anno intenso per David Bowie, intento nella composizione di due dei suoi più grandi capolavori (“Low” e “Heroes”), ma oltre a questo gli amanti del rock devono ringraziarlo anche di un altro fatto: quello di aver aiutato nello stesso periodo a Berlino l’amico James Newell Osterberg a iniziare una brillante carriera solista. Chi è costui? Nientemeno che Iggy Pop, l’ex leader degli Stooges, cult band americana cui molti ascrivono - non a torto - il merito di aver anticipato la nascita del punk.
Bowie in quello che fu il suo periodo artisticamente più prolifico decise di aiutare a tornar sulle scene l’ex leader della band da lui tanto amata, e la collaborazione in quel di Berlino si rivela assai proficua. Iggy collabora ai due già menzionati capolavori dell’ormai ex “Ziggy”, e questi produce e canta nei cori dei due primi album dell’amico, “The Idiot” e quello che vi stiamo per recensire, “Lust for life”, che vede come sessionist i fratelli Hunt e Tony Sales (batteria e basso), Carlos Alomar e Ricky Gardiner alle chitarre e Davi Bowie al piano e ai cori. Tutti e quattro gli album citati sono stati prodotti negli “Hansa by the wall studios” a Berlino Est.
E proprio con la title track si apre l’album: come praticamente tutti voi saprete, questa canzone ha vissuto una seconda giovinezza grazie al film “Trainspotting”, per cui è stata scelta come colonna sonora. Sommate il martellante drumming punk, il ritmo della chitarra di Alomar – anche qui impeccabile come già negli album con Bowie – il piano fortemente rock & roll e i coretti fra l’effeminato e lo sfottente di Bowie e la voce irriverente e carica di energia di Iggy che altro non fa se non cantare una vita di eccessi che conosce bene. Otterrete così un pezzo a dir poco esaltante, sregolato, uno di quelli da pogo più sfrenato mai composti! Gli autori di “Trainspotting” non avrebbero potuto scegliere pezzo migliore.
Iggy fa poi vedere tutta la sua carica dannata anche nella seguente “Sixteen”, il pezzo più breve dell’album, accompagnato da stratosferici, graffianti riff di chitarra. Le musiche di “Some weird sin”, così come quelle della title-track, sono state composte da Bowie e ammiccano molto al glam di album come “Aladdin sane”, con quel pizzico di carica in più che può dare la voce dell’Iguana, coadiuvato dall’amico Duca alle backing vocals in un pezzo che è un altro inno a una vita estrema, che entrambi conoscono bene.
La lenta “The passenger” – qui le musiche sono di Ricky Gardiner - è un momento riflessivo carico di groove, in cui il nostro contempla le atmosfere notturne canticchiando amaramente un irriverente “la-la-la”. Sembra strano sentir intonare una canzone d’amore a un uomo che è stato soprannominato “l’Iguana”, eppure in questo pezzo troviamo un Iggy ruvido e romantico, che sfrutta magistralmente i cori di Bowie e un Alomar ancora superlativo alle chitarre. Ah già, ma è un velato inno alla droga camuffato da canzone d’amore, chiedo venia.
Ma già in “Success” ritroviamo il solito, irriverente mr. Pop, che canzona esplicitamente il successo e il mondo del music business (ricordiamoci che lasciò gli Stooges in seguito al licenziamento ad opera della Elektra).
Della lunga ballata “Turn Blue” non troverete le lyrics, censurate nel booklet, una scelta discutibile dovuta ai forti contenuti del testo, comunque rintracciabile sul web, qui ad esempio tanto perché possiate giudicare voi con la vostra testa un testo importantissimo per capire questa aspra, dissonante ballata.
“Neighborhood threat” è un altro pezzo alle soglie del punk, con vocals amare e che non a caso parla di emarginazione e la povertà. Il bluesy rock di “Fall in love with me” ben si addice a questa lunga e accattivante canzone d’amore, che altro non è se un elogio all’unico piacere della vita di cui Iggy non aveva ancora parlato. Anche qui però, niente sdolcinatezze per il nostro, ruvido come sempre con la dark lady in questione. Incorreggibile.
“Lust for life” quindi non è solo «la famosa canzone del film», ma un album semplicemente perfetto di rock marcio, decadente e incazzato, ma proprio per questo esaltante. L’apporto di David Bowie si sente non poco ma non per questo dobbiamo sminuire mr. Iguana, che si dimostra un autentico trascinatore sia in studio che sul palco, oltre a prendersi una bella rivincita nei confronti di chi lo dava per finito dopo lo split degli Stooges.
Un album per scatenarsi ancora oggi, dopo oltre un quarto di secolo.

mercoledì, luglio 04, 2007

LIVE REPORT : VASCO - Milano, San Siro (21/6/2007)


ANCHE SE CON UN PO' DI RITARDO, ECCO IL MIO REPORT SULL' INCREDIBILE CONCERTO DI VASCO DEL 21 GIUGNO A SAN SIRO, PRECEDUTO DA POLEMICHE SUL VOLUME TROPPO ALTO O TROPPO BASSO E FINITO CON L'ENNESIMO TRIONFO DEL CANTAUTORE DI ZOCCA, CAPACE, CON IL PASSARE DEGLI ANNI, DI MIGLIORARSI DA TUTTI I PUNTI DI VISTA!

Arrivo a San Siro con Piso intorno alle 18:40. Il falco e piolin ci stanno già aspettando con le pinte in mano, le prime di un'infinita serie di lager che butteremo giù durante la serata. Fa molto caldo e la gente assiepata all'ingresso è tantissima. San Siro presenta il nuovo look con i tornelli, tristi e freddi, come i bagarini che fanno affari d'oro vendendo un biglietto del prato a 300 euro.
Quattro chiacchiere veloci, un paio di Heineken volanti ed entriamo allo stadio. La security (facce note delle due curve milanesi) ha un bel da fare nello scremare la gente che non vuole stare nel proprio settore, ma tutto sommato non assistiamo a scene patetiche come qualche anno fa; siamo nel prato, dal lato della sud. L'atmosfera è come sempre incredibile, lo stadio è pienissimo e rumoreggia fin da subito, facendomi venire letteralmente i brividi. I fonici (in una postazione davvero da paura) stanno preparando lo show di J-Ax, che di li a poco aprirà le danze. Il volume è bassissimo, davvero imbarazzante e spero fin da subito che per Vasco alzino di brutto, altrimenti ci sarà da piangere.

Beviamo l'ennesima birra e ci guardiamo intorno : il popolo di Vasco è sempre quello ed è sempre a 360 gradi, dagli zarri ai rocckettari, dai cinquantenni ai quindicenni, dalle tipelle alternative alle zarrone mezze nude. Tatuaggi in vista, birra a fiumi, atmosfere rock... questo è il concerto del Blasco. Incontro l'Orso, Davide di Lacchiarella e un paio di personaggi della saletta.

Passano un paio d'ore e, come per magia si inizia: come avevo pronosticato nella vacanza londinese, tocca alla nuova BASTA POCO aprire le danze, in un palco immenso, coloratissimo e altro quattro piani, nel qualle la storica band salta e suona, supportando un Vasco in buona forma.
La prima parte del concerto è ALLUCINANTE : pezzi vecchi e storicamente crasti compongono una scaletta emozionante ed esaltante al tempo stesso, COSA C'E', VOGLIO ANDARE AL MARE, BUONI O CATTIVI, ANIMA FRAGILE, SIAMO SOLI, IL MEDLEY CON LA STREGA e DOMANI SI ADESSO NO, sono solo alcune delle chicche presentate ed intervallate dalla Compagnia di Battisti (triste sentire che molti presenti sanno a memoria questa e non Voglio andare al mare) e da un inedito dal titolo NON SOPPORTO.
Sono davvero al settimo cielo, le emozioni sono tante e siamo ancora all'inizio. Piso, Piolin e il falco sono esaltati quanto me la Clio dietro al bancone delle birre, ci spilla una pinta dopo l'altra, da aggiungere alle decine di latte di peroni comprate dal napulillo che, dopo aver girato un po' per il prato, capisce che fa affari piazzandosi vicino a noi...

Il concerto non ha un attimo di pausa, il volume non è poi così basso e le canzoni vengono scandite bene.
Si continua con STUPENDO, C'E' CHI DICE NO, COME STAI, insomma tutto il repertorio del Blasco live, intervallato qua e la da chicche notevoli, riprese dalle vecchie songs, come VIVERE UNA FAVOLA e CIAO, che dopo Siamo Solo Noi e Rewind, chiude la prima parte dello show.
Giro di birre e siamo pronti per i bis: STUPIDO HOTEL con presentazione classica della band, poi Bollicine, Vivere, che dal vivo è sempre una delle più toccanti, Vita spericolata e Canzone, con accenno a Quanti anni hai e dovuto omaggio a Massimo Riva.

ALBACHIARA chiude come sempre lo spettacolo, inimitabile, indescrivibile e unico, come Vasco, che ancora una volta, non ha sbagliato nulla...

ALE


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STASERA A TORINO : SICK OF IT ALL

Stasera appuntamento a TORINO per una ottima serata HC in compagnia dei SICK OF IT ALL, storica band americana del panorama HARDCORE.



Provenienti dal quartiere di Queens a New York City, i Sick Of It All vennero formati dai componenti di due band del posto, gli Straight Ahead, ed i Rest In Pieces, entrambi comprendenti Majidi e l'attuale bassista dei Sick Of It All Craig Setari. Majidi entò a far parte del gruppo dei fratelli Koller e Rich Cipriano per registrare il demo dei Sick Of It All del 1986. La band cominciò a suonare le domeniche pomeriggio al CBGB, condividendo, occasionalmente, il palco cogli Straight Ahead o i Rest In Pieces, e poco dopo pubblicarono un primo 7" omonimo per la Revelation Records (che venne poi ripubblicato per il decimo anniversario nel 1997).
Il gruppo rilasciò il primo album, Blood, Sweat And No Tears, per la Relativity Records nel 1989, e divenne rapidamente un classico dell'hardcore. Il successivo e leggendario Just Look Around, pubblicato nel 1992, confermò i Sick Of It All come i portabandiera della nuova scena hardcore. In seguito attraversarono l'Europa ed il Giappone con un tour. Ebbero poi un significativo cambio di line-up e la possibilità di firmare un contratto per una major.

Nonostante l'epoca mostrava i successi commerciali di band più facili all'ascolto come Rancid e The Offspring, i Sick Of It All pubblicarono il loro disco più pesante per la major EastWest Records; il disco si intitolava Scratch The Surface. L'album fu una critica violenta a chi voleva costringere la band a spostarsi su territori più commerciali. Il gruppo trovò anche il tempo di registrare l'ironico video "Step Down" , una parodia della musica da discoteca in cui la band mostrò un grande senso dell'umorismo. Il disco fu anche il primo con il bassista Craig Setari (Straight Ahead, Rest In Pieces, Youth of Today e Agnostic Front) che rimpiazzò Rich Cipriano nel 1993.
Nel dicembre del 1992, uno studente psicolabile che indossava una maglietta dei Sick Of It All sparò e uccise due persone e ne ferì diverse altre in una scuola del Massachusetts. Per questo motivo il gruppo venne criticato da alcuni media ed alcune associazioni conservatrici per istigare alla violenza.
Il successo di Scratch The Surface, comunque, li fece partire per un tour mondiale che terminò solo nel 1997, quando venne pubblicato il secondo disco per la EastWest , Built To Last. Più ispirato alla scena punk rispetto ai predecessori, il disco non fu un grande successo e sancì la fine dei rapporti con la EastWest.

Nel 1998, i Sick Of It All firmarono per l'etichetta indipendente Fat Wreck Chords, di proprietà del cantante dei NOFX Fat Mike. Dopo la pubblicazione del singolo "Potential For A Fall" venne rilasciato il disco Call To Arms che tornò al loro stile tradizionale e li riportò alla ribalta.
Meno acclamato dalla critica fu il successivo Yours Truly. Il pubblico non gradì molto le innovazioni progressiste nello stile, ed il cantante Lou Koller ha recentemente dichiarato che l'album non ebbe grande successo anche a causa della copertina poco attraente per quel tipo di pubblico

Nel 2001 i Sick Of It All pubblicarono il loro classico home video The Story So Far, e l'anno dopo un live, Live In A Dive. Il disco presentava canzoni di tutta la carriera del gruppo, mostrando un'incredibile energia ed intensità.
Nel 2003 i Sick Of It All pubblicarono il loro settimo studio album, Life on the Ropes. Fu un altro ritorno alle origini. Nel 2004 il gruppo rilasciò un album di b-sides, cover e inediti intitolato Outtakes For The Outcast.

All'inizio del 2005 i Sick Of It All firmarono per l'etichetta metal/hardcore Abacus Recordings per registrare il seguito di Life On The Ropes. Il nuovo album, intitolato Death To Tyrants, è stato un grande successo mondiale e il tour, iniziato alla fine del 2006, è ancora in atto...

4 Luglio
live @ COLONIA SONORA. Collegno (TORINO).
APERTURA CANCELLI ORE 19:00
Ingresso € 9!

lunedì, luglio 02, 2007

AL CONCERTO DELLA BANDA BASSOTTI A ROMA...


DA REPUBBLICA LA CRONACA DI UN TRISTE EPISODIO ACCADUTO A ROMA IN QUESTO FINE SETTIMANA, DOVE UN GRUPPO DI NEO FASCISTI HA ATTACCATO NEL BUIO I RAGAZZI PRESENTI...

ROMA - Tre ragazzi feriti, due auto dei carabinieri danneggiate, un militare contuso. Questo il bilancio della notte di paura vissuta al termine di un concerto della Banda Bassotti nel parco di Villa Ada, a Roma. Una spedizione punitiva, compiuta da militanti - circa 150, raccontano i testimoni - del movimento di estrema destra "Forza Nuova", che si sono presentati in colonna gridando "Duce! Duce!", con i volti coperti da caschi, armati di bastoni, catene e coltelli. A farne le spese sono stati tre ragazzi. Fra questi, uno è stato colpito da un'arma da taglio, l'altro ferito al capo. Numerose le persone sotto shock: nel parco c'erano anche famiglie con bambini. La Banda Bassotti, storica formazione del "combat rock" romano, è nota per l'impegno sociale e la militanza politica di sinistra.

A raccontare la dinamica dell'accaduto, a Repubblica Tv, è Luca Bracci, direttore artistico di "Roma incontra il mondo", manifestazione dell'Estate Romana nell'ambito della quale si è esibita la Banda Bassotti. "Il concerto era finito, quattrocento persone se n'erano già andate, quando mi hanno chiamato i membri della band, che stavano salendo in macchina su via Salaria. Mi hanno detto che stava arrivando una colonna di fascisti, alcuni con il coltello in mano".

"Ci siamo sbrigati, siamo riusciti appena in tempo a chiudere il cancello interno - spiega Bracci - ma quelli, arrivati all'ingresso, hanno cominciato a lanciare petardi e bombe carta, inneggiando al Duce e gridando slogan fascisti. All'interno si è creato il panico, l'area non è grande, c'erano ancora circa mille persone".

Poi, i fascisti si sono allontanati, i cancelli sono stati riaperti e qualcuno ha iniziato a uscire. A quel punto gli aggressori sono passati all'attacco, che è andato avanti per almeno mezzora. I carabinieri sono intervenuti immediatamente ma hanno faticato per riportare la calma. "Erano agguerriti, è chiaro - spiega ancora Bracci - che si è trattato di un'aggressione organizzata, in una zona dove sono presenti numerosi covi di estrema destra: già in passato sono comparse scritte antisemite sui negozi di Viale Libia e Viale Somalia".

La manifestazione "Roma incontra il mondo" è iniziata da dieci giorni, "e già tre volte - racconta l'organizzatore - erano state gravemente danneggiate le macchine degli spettatori, vetri rotti, gomme bucate. tant'è vero che proprio ieri sera erano venuti due ispettori della polizia per cercare di capire come mettere riparo alla situazione. Poi, visto che era tutto tranquillo, verso mezzanotte se n'erano andati".

Scopa, il chitarrista della Banda Bassotti, è convinto che l'obiettivo fosse proprio la band: "Sapevamo di venire in una zona un po' a rischio, per questo siamo usciti velocemente. Gli aggressori cercavano noi, speciificamente. Perché con la nostra musica teniamo alta la cultura antifascista", ha detto ai microfoni di BBS Popolare Network.

Quanto accaduto è di "incredibile gravità", ha detto il sindaco di Roma, Walter Veltroni: "Gruppi di teppisti armati di spranghe e bombe-carta, nascosti nell'ombra all'uscita e al grido di 'Viva il Duce' hanno premeditatamente aggredito ragazze e ragazzi. Fatti del genere non debbono accadere in questa città. Va evitato in ogni modo che chiunque accenda spirali di violenza". Veltroni si augura che "le forze dell'ordine riescano a individuare i colpevoli dell'aggressione e ad assicurarli immediatamente alla giustizia, e che "da parte di tutte le forze politiche giunga subito una nettissima e inequivocabile condanna verso queste forme di delinquenza e violenza". Si è trattato infatti, aggiunge, di "un episodio gravissimo. Sono andati lì per fare molto male. Ho chiesto che chi è stato responsabile sia assicurato alla giustizia: quello che è successo è quanto di più lontano allo spirito di questa città".

"Ferma condanna" dal presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, che sottolinea "il dovere di isolare chi vuole riportare a un passato che i romani hanno superato da anni". Di "sconcerto" parla il presidente della federazione romana di Alleanza nazionale, Gianni Alemanno: "Un fatto preoccupante, che rischia di rinnescare una spirale di violenza tra i giovani. Dobbiamo fare il possibile per evitare che questi episodi delinquenziali assumano valenza politica".

(29 giugno 2007)